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Gli inizi

9 Luglio 2011 , Scritto da orpheus-ls Con tag #pesca a mosca

La Pesca a Mosca, nella più estesa delle moderne accezioni è quel tipo di pesca che si attua con un’attrezzatura specifica, atta a lanciare una o più esche artificiali, sfruttando esclusivamente il movimento generato dal corretto utilizzo di una specifica lenza (coda di topo o fly line). Altre scuole di pensiero più restrittive e pseudoclassico-puriste, limitano la pesca a mosca all’utilizzo di leggerissime esche che imitino insetti o piccoli organismi acquatici.

La filosofia e l’etica che stanno alla base della mia pesca a mosca è in realtà quella di utilizzare un metodo di pesca capace di ingannare il pesce con imitazioni (più o meno realistiche oppure di fantasia, per stimolare l’aggressività e la curiosità della preda) auto-costruite, lanciate da un sistema [canna - mulinello - coda - finale] che di base non adotti alcun peso con lo scopo di aumentare la lunghezza del lancio, né di facilitarlo.

A questo punto si rende necessaria una brevissima digressione sulla interpretazione personale della pesca a mosca, che ogni pescatore ha il diritto (e il dovere) di avere ed elaborare…

Sono stato un autodidatta. Dopo il contagio e la rapidissima incubazione del virus PaM (pesca a mosca) adattai la mia ormai nota bolognese di 4 metri a “canna da mosca”: la sua struttura in fibra di vetro con azione flessibile e la dotazione di un mulinello da torrente a bobina scoperta erano “perfetti” per surrogare il sistema, che ai tempi costava parecchio. Unico neo: la necessità di trovare qualcosa che sostituisse il normale filo di nylon della bobina del mio Cardinal3 con una lenza adatta a proiettare quelle moschette secche (scoprii in secondo tempo che erano Blue quill) che avevo acquistato nel negozio di caccia e pesca. La scelta cadde – e non c’erano dubbi vista la dotazione casalinga – su un gomitolo di lana rossa (!!!) che sostituì i 100 m di nylon 0,18 e divenne la mia prima coda di topo (di pecora). Avevo precorso di gran lunga i tempi: senza saperlo, avevo anticipato l’attrezzatura per la “moderna” pesca a ninfa, costituita da canne lunghe (praticamente una 13,6 piedi !!!) e coda affondante. Però l’inesperienza aveva portato con sé il baco che prevedeva l’utilizzo di una mosca secca con un sistema "specialistico", dedicato alle mosche affondanti. Eppure… la fortuna aiuta gli audaci (in altre parole fui testimone in prima persona di ciò che viene definito normalmente “culo dei principianti”): con 5-6 metri di lana fuori dal cimino, dopo un paio di volteggi (non di più per non stressare la canna) “appoggiai” la moschetta sulla correntina sotto al sassone e, SORPRESA e GAUDIO, una trota iridea salì e prese la mosca, scatenando definitivamente a tutti i miei organi vitali il virus della PaM.

Ho raccontato questo episodio per evidenziare la relatività dei (pre)concetti che oggi accompagnano la pesca a mosca (e soprattutto chi in gergo viene definito GURU – o paraGURU, come preferisco definirli io). Infatti, l’inventiva e la capacità di adattamento risultano qualità importanti, in quanto con questa dote si riescono a superare ostacoli e difficoltà, senza arrendersi. Per evitare di favoleggiare oltre, ribadito il piacere e l’importanza dell’adattamento dell’attrezzatura al momento, aggiungo che in tempi brevi, mio padre – anche lui pescatore alla passata – mi regalò una canna Daiwa da 8 piedi, coda 6 in fibra di vetro alla quale unii un mulinello da mosca ed un’originale coda DT 6 F.

 

 

Ma anche questa è un'altra storia e quindi, come ormai di prassi ...

 

 

Alla prossima

 

 

L

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